Bastardi senza gloria: il marketing del cinema

Analizzare l’ultimo capolavoro del regista Quentin Tarantino richiede uno sforzo maggiore della semplice analisi della struttura filmica, emerge con forza l’abilità del regista di dominare e integrare codici linguistici differenti. Bastardi senza Gloria è sicuramente rappresentativo del linguaggio tarantiniano, e potremmo scrivere un intero libro sulle citazioni inserite all’interno della pellicola, degli omaggi al cinema di Sergio Leone fino a giungere al western.

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Coraline: il nuovo linguaggio del prodotto cinema

coraline box

“Reinvent the way you market a movie” con queste parole Phil Khight fondatore di Nike e Laika, lancia un messaggio innovativo nella definizione del rapporto marketing cinema. Coraline e la porta magica tratto dal romanzo di Neil Gaiman di Henry Selick, già noto per la regia insieme a Tim Burton di Nightmare before Christmas, è di sicuro un capolavoro della stop motion. Una pellicola notevole per l’utilizzo dell’animazione, ma con un impiego del 3D abbastanza limitato che non offre grandi risvolti nella visione e comprensione del film. Negli USA l’uscita del film è stata preceduta da una campagna di marketing virale che ha coinvolto la Rete, partendo dagli opinion leaders, i bloggers più in voga del panorama americano. A questi sono state inviate circa 46 scatole, frutto di un lavoro artigianale minuzioso e creativo, le cosiddette “Mistery Boxes” contenenti al loro interno oggetti fantastici come spille, maglie, bottoni e anche una chiave contenente una password per accedere attraverso il sito web a nuovi contenuti del film. Coraline.com è stato realizzato curando ogni minimo dettaglio, con sezioni e sottosezioni che permettono di conoscere tutti i segreti della realizzazione del film, di interagire, divertirsi. Il channel su youtube con video che raccontano la lavorazione del film, interviste a tutti le persone che hanno lavorato curando ogni dettaglio di questa pellicola, un modo per valorizzare il lavoro artigianale e svelarne i trucchi. Oltre alla comunicazione attraverso la rete sono stati creati anche schermi interattivi all’uscita dalle sale cinematografiche, e per pochi fortunati la possibilità di vincere le Nike Coraline Dunk in edizione limitata, realizzate con topi ferma lacci e dettagli ripresi dal film. Coraline ha creato un mondo virtuale, dove ognuno di noi può interagire, creare i suoi contenuti, offrire il proprio contributo, condividendo il lungo lavoro che ne ha permesso la realizzazione. Il mondo del cinema elimina i suoi confini, rivela i suoi misteri, i trucchi del mestiere che adesso possono conoscere e apprezzare tutti. La pellicola cinematografica trattata come un prodotto, su cui sviluppare una campagna non solo di promozione ma anche di posizionamento verso un nuovo target: il pubblico cinematografico. Pensare a questo nuovo modo di approcciare il cinema, rendere il suo linguaggio traversale e adattabile a qualsiasi media, sembra una politica totalmente distante dall’approccio italiano. Nel nostro paese si continua ad enfatizzare la rivoluzione del linguaggio cinematografico solo in merito al product placement, e ad un suo utilizzo più ragionato. Eppure Lo staff che ha ideato e realizzato la campagna di comunicazione di Coraline ci dimostra che il rapporto tra questi due mondi può essere sconfinato, e che il cinema è parte integrante della nuova logica partecipativa del web 2.0. Il merchandising del film ha visto un forte investimento nella realizzazione di poster, maglie, scarpe, e anche un elemento di identificazione: i bottoni. Puoi divertirti, creare il tuo viso con i bottoni, interagire con gli altri utenti su facebook, e infine lasciarti coinvolgere dall’atmosfera magica che ti regala questa splendida pellicola. Il mondo onirico costruito dalla narrazione interagisce in maniera empatica con il mondo reale creato dalla mille mani che hanno permesso la sua realizzazione e questo video indica più di ogni altra cosa il potere e la forza di chi ha realizzato la comunicazione di questo film, facendo in modo che il suo linguaggio si appropriasse di tutti i canali di comunicazione esistenti, dominandoli e giungendo agli occhi e alle orecchie di tutto il pubblico senza alcuna distinzione.

Angeli e demoni

Ieri all’Auditorium di Roma in anteprima mondiale ho assistito alla proiezione di Angeli e demoni, il nuovo film del regista Ron Howard, tratto dal romanzo di Dan Brown. Evento di notevole importanza per la capitale, oltre che per l’organizzazione della Sony Pictures, per la notevole visibilità a cui è stata esposta grazie alla mole di giornalisti accorsi da tutto il mondo. La passerella è stata un susseguirsi di volti noti, oltre l’intero cast del film con il regista e persino l’autore della splendida colonna sonora, Hans Zimmer. Davvero notevole l’atmosfera, il fascino delle statue che circondano la passerella e che vengono esaltate dal tappeto rosso, si avverte forte il calore dei fans, che accolgono l’interno cast con grande entusiasmo. L’ingresso in sala è emozionante, fino alla presentazione dell’intero cast con grandi applausi, e alla singolare battuta sui coniugi Berlusconi, da parte dell’attore Tom Hanks. Fin dalle prime immagini del film, sicuramente il ritmo è incalzante, non si riesce a distogliere lo sguardo dalla suspence e dal pathos che trasmettono le immagini. La trama è molto complessa, ma avvincente, il professore Langdan (Tom Hanks) esperto e studioso di religioni viene chiamato dalla Guardia Svizzera per svelare il mistero che ruota intorno ad un omicidio, e da questo mistero il professore risale ad un’antica confraternita, quella degli Illuminati, setta realmente esistita, che torna per farsi giustizia contro la Chiesa. Il professore si allea con un’affascinante scienziata italiana Vittoria Vetra (Ayelet Zurer), insieme cercano di scoprire i misteri nascosti negli archivi del Vaticano, di svelare la mente che si nasconde dietro tutti i delitti. Gli eventi si intrecciano non solo con la storia del Vaticano e degli Illuminati, ma anche con il profondo passato della città, che emerge attraverso il mistero delle sue sculture, delle sue piazze, delle sue chiese. Il professore risala ad una serie di simboli, elementi appartenenti alla storia di quattrocento anni fa, legandoli alla mente dell’assassino e alla storia del Vaticano. Il tempo narrativo non ha sospensioni, la narrazione segue incessantemente il susseguirsi di delitti, di misteri, di luoghi coinvolti. La rete di indizi diventa sempre più interessante per lo spettatore che insieme al professore cerca di svelare il segreto, cerca di capire fino in fondo cosa si nasconda dietro la sete di uccidere della confraternita. Lo sfondo della pellicola è segnato dai meravigliosi luoghi della capitale, dalle chiese, dalle opere del Bernini, dalle piazze più note, che rappresentano il cuore profondo di Roma, città che emerge attraverso gli occhi del regista con tutti i suoi enormi limiti e con tutto il suo fascino. Il conflitto dominante è quello tra religione e scienza, tra Vaticano e confraternita, tra i credenti e gli scettici, e all’interno di queste opposizioni emerge la forza indagatrice del regista, che oltre a scavare nei misteri della religione, ci mette di fronte anche ai grandi limiti della scienza. La sceneggiatura risulta al limite del reale, con momenti di forte eccesso narrativo, a volte quasi paradossale. Risulta comunque notevole la maestria e l’eleganza con cui questa pellicola percorre un viaggio attraverso i profondi dubbi che circondano i due grandi pilastri della vita umana, ovvero la scienza e la fede, che nello sguardo ottimista del regista, forse un giorno potranno trovare davvero un punto di incontro.

Solo show – Vinicio Capossela – Teatro Sistina

Il palco del Teatro Sistina è solo un altro dei luoghi che Vinicio Capossela è riuscito a trasformare, a riempire di istanti eterni. Un piccolo luogo dove esplodono colori, magia, note insolite suonate da strumenti sconosciuti come la dolce e struggente melodia del Theremin, che si suona muovendo le mani nell’aria. Con i versi de Il gigante e il mago sembra quasi che qualcuno mi abbia scaraventato in una favola, che mi stia sussurrando i versi di un’ incantevole poesia, che mi possa iniziare al viaggio. La prima parte del concerto è molto intimista, Capossela si siede al piano e con la sola illuminazione di una lampada intona Dall’altra parte della sera e in quell’istante l’allegria si trasforma in dolce malinconia, o anche in tristezza con i versi di Lettera di soldati, opera premiata da Amnesty Italia 2009. In un ritmo incalzante senza sosta, seguono tutte le opere dell’ultimo lavoro, e l’emozione diventa quasi incontenibile sulle note della struggente Orfani ora. I sentimenti si confondono grazie alla sua musica, non esiste un confine netto tra gli stati d’animo si passa in continuazione dalla totale ilarità alla profonda malinconia. Un artista così eclettico da fondere generi, costumi, melodie, tutto è solo al servizio della sua musica, ogni strumento, ogni elemento scenografico, sembrano scomparire quando la sua voce inonda il teatro. Eppure mentre lo spettacolo coinvolge ogni spettatore, mentre ogni parola sussurrata echeggia così forte da rimanere scolpita nell’anima, tutto si trasforma. Un giocoliere intrattiene chi non si alza per la pausa, chi preferisce alla sigaretta un istante di ilarità come in un circo dove i trucchi sembrano straordinari anche agli adulti. E si illumina la scritta che dà il titolo allo spettacolo, Solo show, il messaggio arriva dritto a chi osserva, a chi ascolta, è solo un’illusione che dura il tempo di uno show, in cui però tutto può accadere, in cui non esiste il confine tra magia e musica. Il teatro non è solo un luogo, Capossela utilizza il suo linguaggio, lo trasforma, lo contamina con la sua arte. Al centro del palco viene montata una gabbia dove si alternano vari personaggi, la medusa, il minotauro, dove esplode la rabbia, dove la mitologia si fonde con l’ironia. Con Marajà incalza il ritmo, tutti in piedi a ballare, a saltare, a cantare a squarciagola. E ancora istanti di emozione e divertimento quando l’ospite d’eccezione Neri Marcorè dà vita alla Sibilla Romana/Gasparri, e anche la comicità si fonde con la musica e tutto diventa solo show. I confini vengono modificati, cancellati, ogni arte viene messa al servizio dello spettacolo, ma questo non riesce mai a celare la supremazia della musica. Quando la sensibilità di un artista è così profonda, non si ha timore di attraversare diversi generi musicali, tutte le espressioni artistiche, di riempire la poesia con le arti dei giocolieri, di suonare un mini –organetto giocattolo per parlare dei calzini, di ballare, di raccontare di guerra, di amore. Quando l’anima di un artista è così graffiante, così rara, lo spettatore non diventa la merce da incantare, ma l’altra anima con cui iniziare un viaggio. E nella gambia al centro del palco vengono rinchiusi due spettatori presi dal pubblico, due persone che sorseggiano vino sulle note di Scivola vai via, due corpi che rappresentano solo l’esigenza di un contatto diretto, e l’ennesima erosione di quel confine ormai desueto che si instaura tra chi produce e chi osserva, nell’assoluto dominio del desiderio onirico.

Revolutionary road

Abril e Frank Wheeler, una coppia della middle class, vivono nel conformismo di New York a metà degli anni Cinquanta. Vita di coppia, analisi della vita coniugale, incrocio di due destini tormentati, l’incontro tra due anime inquiete alla ricerca di se stessi.
Il regista di American Beauty porta sullo schermo un melodramma, la conflittualità tra due personalità tese alla scoperta di se stessi e del valore della loro esistenza, incapaci di arrendersi alla noia della vita coniugale. April un’attrice frustrata, insoddisfatta, che si accontenta di partecipare alle recite della filodrammatica locale, Frank invece si obbliga ad un lavoro che odia, solo perché era il lavoro svolto dal padre. La macchina da presa indugia sugli sguardi dei protagonisti, sull’intensità dei loro occhi, sul vuoto della loro casa, sull’apparente perfezione di una vita senza entusiasmi. Perfino il tradimento sembra normale, accettato senza grandi traumi. Proprio in quest’atmosfera perfetta e insulsa allo stesso tempo emerge l’elemento di rottura, il pretesto di April per scappare, ricominciare, sconvolgere le loro esistenze. La donna si aggrappa ad un trasferimento a Parigi con tutta la sua famiglia, nella sua mente il viaggio diventa il punto di rinascita. Il loro rapporto sembra di nuovo pieno di entusiasmo, si sentono forti e vivi rispetto a tutti quelli che li considerano solo dei folli incoscienti. La narrazione prosegue con un ritmo intenso, un continuo animarsi di eventi, il regista sottolinea in ogni immagine e dialogo la rinascita del sogno d’amore tra Frank ed April. Il perbenismo e la superficialità che li circonda sono interrotti solo dalla presenza di un folle, il figlio della signora Givings, affetto da disturbi mentali, che percepisce dapprima la diversità di queste persone e poi la loro apparente felicità. Il regista scava negli animi dei due coniugi, ne evidenzia la fragilità, l’insoddisfazione, l’esigenza di scoprirsi e di realizzarsi. April è una donna creativa, intelligente, che non riesce ad arrendersi ad un vita coniugale fatta di routine, ma soprattutto non riesce a smettere di cercare la sua realizzazione sia personale che artistica. Frank è un uomo pieno di ambizioni, che affronta ogni sfida con coraggio, ma che vive il conflitto tra ciò che sogna di essere e ciò che gli altri gli impongono. La Revolutionary road diventa la strada di svolta, di cambiamento che sconvolge, di una casa bianca a due piani immersa nel verde, che sembra in realtà trasmettere solo inquietudine. L’opera filmica si trasforma, nella seconda parte diventa corale, rappresenta il desiderio del regista di esprimere il suo totale pessimismo verso la vita coniugale e l’ipocrisia che a volte diventa necessaria per condividere un’intera vita insieme, quella stessa ipocrisia che diventa la malattia di April, un male che la condurrà alla distruzione totale di se stessa e del suo amore per Frank.

Milk

Il mio nome è Harvey Milk..così urla alla folla che lo acclama il primo gay dichiarato, eletto ad una carica politica. Un notevole Sean Penn, che interpreta e rende in maniera egregia la lotta di un uomo contro i pregiudizi e il razzismo dell’America degli anni 70’. La maestria del regista Gus Van Sant porta sullo schermo la biografia di un uomo che sconvolse la comunità americana, di cui rappresenta l’intimità, la vita sessuale, il desiderio di vivere liberamente i propri sentimenti e il coraggio della battaglia politica. Harvey Milk festeggia il suo quarantesimo compleanno con un incontro, Scott Smith, un ragazzo che oltre ad essere il suo compagno diventa suo alleato nella lotta per i diritti degli omosessuali. Insieme si trasferiscono a San Francisco e nel popolare quartiere di Castro abitato da cattolici-irlandesi i due aprono un negozio di fotografia. Questo luogo diventa punto di incontro degli emarginati del quartiere, omosessuali, anziani, eterosessuali, tutte le persone che trovano in Milk un punto di forza. Proprio per questo Milk si candida alle elezioni come consigliere comunale, sfidando tutti i pregiudizi delle persone del quartiere che non accettano di buon grado la sua presenza e quella dei suoi amici. Harvey non smette mai di lottare nonostante le sue due sconfitte, e al terzo tentativo riuscirà a ricoprire la tanto attesa carica istituzionale. Gus Van Sant porta alla luce non solo un uomo forte, che combatte per i suoi diritti e quelli di tutte le persone deboli, ma rappresenta anche la fragilità di un uomo che dedica la sua intera vita a questa battaglia, trascurando chi gli sta accanto. Le persone che lo amano si distruggono, subiscono la sua forza, e non riescono ad accettare la completa dedizione di Harvey alla sua causa. Ma il regista riesce a rappresentare la personalità di Harvey nella sua totalità, nella sua forza politica e nella sua fragilità sentimentale. Al punto che Harvey non ha nemmeno il tempo di fermarsi di fronte alla tragedia deve continuare la sua battaglia, ed è così che inizia la lotta per la Proposition 6, legge che avrebbe permesso il licenziamento degli insegnanti gay per il loro orientamento sessuale. La personalità opposta a quella di Harvey, il consigliere Dan White, un conservatore e ex veterano del Vietnam, rappresenta quella parte del popolo che non riesce ad accettare l’affermazione e la popolarità della comunità gay in America. Immagini di repertorio testimoniano la violenza della polizia contro il movimento gay, irruzioni nei bar, arresti, il tutto si fonde con un altro movimento molto forte che nasce non solo tra il popolo gay, ma tra tutte quelle persone che si lasciano trasportare dalla battaglia di un uomo per i diritti umani. Gus Van Sant riporta sullo schermo le immagini toccanti della marcia pacifica di trentamila persone, che percorsero la città da Castro al Municipio per dare voce al messaggio del politico e soprattutto dell’uomo Harvey Milk. Nonostante la profondità e l’intensità delle immagini, quest’opera filmica è caratterizzata dall’essenzialità dei fatti, la narrazione è scarna, resa intensa dall’eccelsa interpretazione di Sean Penn. Ma sopra ogni cosa arriva dritto al cuore e alla mente dello spettatore la forza del messaggio politico ed umano di un grande uomo come Harvey Milk.

Come Dio comanda

mokadelic – sountrack

L’amore raccontato, evocato, come quello che esiste tra Rino Zena (uno splendido Filippo Timi) e il figlio Cristiano, emerge con forza nella favola nera raccontata da Ammaniti ed esplode nelle immagini rappresentate da Gabriele Salvatores. Il regista  milanese è rimasto fedele all’oscurità del romanzo di Ammaniti, dove il buio copre ogni attimo dell’esistenza dei personaggi, dove la solitudine si afferma nei suoi diversi volti. Un legame viscerale unisce Rino Zena al figlio, costretto a combattere con un assistente sociale, con una realtà priva di valore dove ogni giorno bisogna lottare per poter sopravvivere. L’unica persona che entra in questa piccola famiglia è Quattro Formaggi (Elio Germano), un ragazzo con disturbi mentali, ossessionato dall’amore per una pornostar, vive la sua piccola realtà distante da ogni contatto umano. Salvatores rappresenta una provincia del Nord, fredda, buia, dove regna l’indifferenza, il pregiudizio nei confronti dell’altro, di chi è diverso, di chi in qualche modo si allontana dagli schemi della normalità. L’amore assume un volto diverso, il senso di protezione di Rino Zena si manifesta in insegnamenti distanti dalla morale comune, in principi così’ solidi, valori rigidi che rendono quasi incomprensibile questo legame assoluto che lo lega al figlio, ma anche all’amico Quattro Formaggi verso cui prova un forte senso di rabbia, non sopporta di vedere chi si prende gioco di lui, chi si approfitta del suo stato mentale. Ammaniti racconta l’esistenza di questi personaggi, le loro difficoltà, percorsi diversi ma in fondo uniti dall’incapacità di sentirsi accettati e dal desiderio implacabile di voler essere amati. Un romanzo che contiene nel suo sviluppo narrativo la drammaticità dell’esistenza umana, quando non viene accettata, quando non viene compresa, quando diventa emarginazione. Le difficoltà di un adolescente deriso dai suoi compagni, allontanato dalle ragazze, costretto a difendersi per il suo pensiero, per l’educazione che ha ricevuto, per il suo diverso modo di avvicinarsi agli altri. In questa dimensione oscura l’esistenza dei personaggi viene sconvolta da un evento, da una notte di pioggia che cambierà per sempre il percorso delle loro esistenza, fino a svuotarne completamente il senso, a farle sprofondare nel buio più totale. L’angoscia degli eventi viene rappresentata nel punto più alto della sua emotività, attraverso la forza di un ragazzino pronto a sacrificare la sua vita per quella di suo padre, e le emozioni sono evidenziate e vissute con intensità anche grazie alla musica. La splendida colonna sonora dei Mokadelic, il rock con forti venature psichedeliche, un crescendo di suoni, di rumori che sembrano fondersi con la pioggia, con la tempesta che stravolgerà completamente il percorso narrativo ed emotivo dell’opera.  “But I will come back” sembra raccontare la profondità dell’esistenza umana, il dolore delle emozioni, il crescere delle difficoltà, l’incapacità di affrontare la tragedia senza lasciarsi cambiare, un crescendo di atmosfera che coinvolge, che inevitabilmente ci conduce al cambiamento. Il regista è rimasto completamente fedele all’opera di Ammaniti, non ha fatto altro che trasportare sullo schermo quanto di cinematografico l’opera contenesse in sé, dall’esistenza dei personaggi, alla forza evocativa ed emotiva che emettono le parole quando già nascono per diventare immagini.

The Millionaire

Il regista Danny Boyle firma un altro capolavoro, dopo Trainspotting e Sunshine, ritorniamo ad ammirare la maestria linguistica e la creatività narrativa della sua macchina da presa. Ispirato al romanzo di Vikas Swarup, “Dodici domande”, l’opera racconta di un concorrente, il giovane Jamal (Dev Pavel), che sta per rispondere alla domanda decisiva, quella che gli permetterà di vincere ventimila rubie, ma qualcosa interrompe il suo sogno, l’accusano di aver imbrogliato. Da questo elemento così forte e determinante, il regista riesce a creare un racconto straordinario della vita di Jamal, di come ogni risposta sia legata ad un evento importante accaduto nella sua vita, dalla sua infanzia fino all’età matura. La sua esistenza strettamente legata a quella di una bambina, Latika, che diventa il motore di ogni suo gesto, tutto teso alla realizzazione del suo sogno d’amore. La storia di un bambino povero, nato nelle baraccopoli di Mumbai, che riesce a superare ogni ostacolo della sua vita, fino a giungere alla partecipazione al gioco, evento che potrebbe cambiare per sempre la sua esistenza. Il regista mette in scena il tema del sogno americano, dell’individuo che riesce a farsi strada, a lottare contro il sistema, solo che stavolta il linguaggio cinematografico è quello di Bollywood, caratterizzato dal melodramma e dalla forza sconcertante dell’immagine. Un’esplosione di colori, di suoni, la magnifica colonna sonora di Allah Rakha Rahman, uno dei più grandi compositori indiani di soundtracks, che viene utilizzata nello sviluppo narrativo, enfatizzandone le emozioni, e a volte sostituendone i dialoghi. Una fusione di generi dall’ hip hop al rap, rappresentativo della cultura musicale indiana. La musica diventa protagonista insieme alla forza evocativa delle immagini, all’esplosione dei colori, alla rappresentazione della cultura indiana nei suoi elementi più intimi, mettendone a nudo anche gli aspetti più brutali. La macchina da presa segue i dettagli, trasmettendo allo spettatore il fascino delle immagini, creando un ritmo costante che determina l’imprevedibilità della narrazione. Boyle scava nella realtà indiana, enfatizzandone i contrasti, come quando entra in scena il divo di Bollywood Shah Rukh Khan, e in parallelo l’immagine della latrina, tutto il film è incentrato sul binomio, povertà ricchezza, amore odio, comico drammatico. La fusione di suoni, colori, immagini, danno vita ad un ritratto vibrante della città di Mumbai, immersa nella sua cultura, nella sua freschezza, nella sua drammaticità ma soprattutto nel suo estenuante desiderio di speranza. Un linguaggio incentrato sulla velocità, la fusione, il ritmo, lo spettatore si sente avvolto in un vortice di emozioni, sente stimolare tutti i suoi sensi, non c’è possibilità di rimanere indifferenti. Un regista contemporaneo che riesce a fondere tutti i linguaggi cari alla cultura postmoderna, dal videogioco al videoclip, creando un contatto diretto e unico con lo spettatore. La parola d’ordine è contaminazione, fusione di generi, culture, immagini, lasciando la sensazione a chiunque lo osservi di aver vissuto sulla propria pelle un’emozione intensa, da lasciare senza fiato.

Changeling

Ancora una volta il regista americano Clint Eastwood porta sul grande schermo una figura femminile affascinante, combattiva, come quella di Christine Collins (Angelina Jolie). Una storia vera, portata alla luce da un amico dello sceneggiatore il giornalista  J. Michael Straczynski, che ha voluto rendere omaggio ad una figura così carismatica, simbolo della lotta dell’individuo contro il potere, l’amore assoluto di una madre, e la forza e il coraggio che contraddistinsero questa donna che non smise mai, neanche per un istante della sua vita di cercare suo figlio. Christine torna un giorno a casa da lavoro e non trova più suo figlio, e inizia disperata la sua ricerca. Ambientato negli anni trenta in America, la pellicola mette in risalto la corruzione della polizia e di tutti gli ambienti di potere, che avrebbero dovuto garantire giustizia, ma che al contrario si preoccupavano solo di assicurare il lieto fine ad un pubblico assetato. A Christine viene portato un bambino, che fin dal primo momento ella non riconosce come suo. Inizia una lotta senza fine contro la polizia, contro il bambino stesso che continua a mentire, contro chi la definisce una pazza. Proprio per questo la donna viene rinchiusa in una clinica per disturbi mentali, con il Codice 12, che sanciva l’incarcerazione di una persona giudicata molesta e pericolosa, anche senza alcuna verifica o autorizzazione. Inizia la battaglia di Christine, che ogni giorno è costretta a subire qualsiasi tipo di tortura, ma nessuno riesce a convincerla a firmare un documento in cui dichiara di essersi sbagliata, in cui rinuncia alle sue accuse contro la polizia. La donna non esita mai un istante, nemmeno davanti alla minaccia di elettroshock, è disposta a sacrificare tutto di se stessa per riavere suo figlio, per far luce sulla verità. L’unico suo alleato è il reverendo Briegleb (John Malkovich), che l’aiuta a lottare, che indaga sul caso, che riesce a scatenare un processo contro i crimini della polizia di stato. Oltre alla straordinaria bellezza di questa vicenda, emerge con forza il valore della lotta, la capacità e la forza di sfidare il destino contro ogni ingiustizia solo per giungere alla verità. Grazie all’inconfondibile maestria del regista, il carattere dei personaggi, l’eleganza della fotografia, ogni istante di questa vicenda viene trattato nella sua drammaticità e nel rispetto assoluto del melodramma. Anche se nel dramma di una tragedia come questa, la donna riesce fino all’ultimo istante a non cedere, a continuare a lottare, proprio ciò che Eastwood lascia emergere dalla drammaticità delle immagini, nonostante tutto la forza inesauribile dell’uomo, la speranza. Come in altre sue pellicole l’individuo è il centro della narrazione, ogni evento scatena il cambiamento, l’evoluzione della vita del protagonista, che riesce ad affrontare ogni vicenda della sua esistenza con coraggio e determinazione. La storia è come in questo caso un pretesto, per esaltare una figura come quella di Christine Collins, per mostrare e scarnificare le sue emozioni, per giungere attraverso un prodotto filmico di notevole valore, alla comunicazione e condivisione totale con le emozioni dello spettatore.

Visioni interiori Bill Viola

bviola

Dalla luminosità del Palazzo delle Esposizioni, con le sue luci e il brusio che lo avvolge, mi inoltro nella mostra di Bill Viola, il buio predomina e sottolinea ogni aspetto dell’incontro con uno dei maggiori e più importanti artisti contemporanei. Visioni interiori, il titolo suggestivo della mostra, risulta evidente fin dalla prima opera, l’impatto con The Crossing, una galleria buia con due grandi schermi sospesi che mostrano la stessa figura umana che avanza, solo che da un lato la avvolge il fuoco dall’altra l’acqua. Inizia il viaggio, e qualsiasi strada si sceglie di percorrere è necessario attraversare la fase della distruzione o purificazione attraverso i due elementi naturali, predominanti in ogni aspetto della nostra esistenza, l’acqua e il fuoco. Osservare se stessi non può essere un viaggio semplice da percorrere, ma ogni istante, ogni angolo scoperto, vissuto, è sofferenza è dolore, è cambiamento. Proprio questo aspetto emerge dalle opere di Bill Viola, il viaggio dentro se stessi è un’esperienza dolorosa, ma necessaria per la rinascita. Pioniere della video arte, utilizza schermi al plasma, videoinstallazioni, musica elettronica, ma la tecnologia per quest’artista deve essere al servizio delle emozioni. Emerge la sua cultura visiva, filosofica, artistica, il richiamo evidente alla pittura, al cinema, a qualsiasi linguaggio espressivo, ma nella sua poetica ogni citazione assume un volto diverso, perché evidenziata, vivisezionata, scarnificata. Le emozioni vengono rallentate, esasperate, in modo da cogliere ogni gesto anche quello più impercettibile, in modo da modificare la struttura spazio-temporale dell’esperienza visiva. Lo spettatore viene catapultato in un’estasi visiva, sonora, emotiva talmente forte da avvertire o il coinvolgimento totale o il distacco. Conoscitore della cultura orientale, vicino al buddhismo e al pensiero sufi, il tema della morte e della rinascita, il confine tra la fine e il principio, tra l’immortalità e la morte, tutto esplode nell’opera The Departing Angel, dove si mostra l’annegamento e la rinascita allo stesso tempo. La scoperta di se stessi non può prescindere dall’incontro con l’altro, dalla conoscenza dell’amore, che esplode in una delle sue opere più emozionanti, Bodies of light, dove stavolta la conoscenza, la purificazione, la rinascita avvengono attraverso la luce, che prima illumina ogni dettaglio corporeo, le vene, i muscoli, lo scheletro di un uomo e una donna, e poi dissolve ogni cosa nella forza della sua illuminazione, a cui segue il buio. Le esperienze umane, il corpo, l’amore, la conoscenza, la solitudine, sono emozioni avvolte sempre e comunque dal desiderio esasperato di conoscere il dolore, e proprio a questa ricerca sono dedicate le opere come Dolorosa, The Observance, ma soprattutto The Silent Mountain, dove ad esplodere è la rabbia, il sentirsi impotenti di fronte al dolore. L’essere umano vive ogni istante della sua vita con dolore, perché attraverso la sofferenza, compie il viaggio dentro se stesso, e solo chi è in grado di provare emozioni così profonde, così distruttive, arriva alla reale conoscenza di se stesso in un viaggio che termina nell’istante esatto in cui ricomincia una nuova esperienza, quindi una nuova conoscenza del dolore. Nell’opera Ocean without a shore, sembra emergere una risposta a questo viaggio all’interno del nostro corpo, delle nostre emozioni più intime, ma forse è solo una probabile necessaria esigenza di conoscere che caratterizza l’uomo contemporaneo. Presentata alla Biennale di Venezia, quest’opera lascia senza fiato, si giunge alla fine un percorso narrativo, in cui la trama è composta dal nostro sentire quotidiano, dal nostro vivere ogni istante della nostra esistenza fino allo stremo, perché il viaggio si conclude non con la stasi ma con il movimento. Non esiste un punto di arrivo, ma solo di passaggio. Ogni personaggio che ha il coraggio di oltrepassare il muro d’acqua, riesce a lasciarsi inondare, distruggere e purificare, perché il corpo è solo la fase di transito verso l’eternità delle emozioni. Un uomo non può sottrarsi alla sofferenza, perché fa parte della sua corporeità ma nella dissoluzione della materia giungiamo all’immortalità, solo attraverso il coraggio di vivere senza esitare le nostre emozioni.

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